Una famiglia di migranti cerca di vivere la vita in pienezza

Il padre di questa famiglia è un ingegnere che ha lavorato duramente per poter garantire un tenore di vita conveniente a sua moglie e ai suoi figli. A causa della guerra nel suo paese, lui e la sua famiglia sono stati testimoni della morte crudele dei loro genitori e di altri parenti; hanno anche assistito impotenti all’incendio della loro casa e del loro negozio. Terrorizzati, sono fuggiti e hanno vissuto in un campo profughi per 9 mesi; sua moglie era incinta e ha dato alla luce un figlio durante questo periodo. Sono arrivati in Portogallo il 28 settembre 2016, con i bambini la cui età variava dai 3 mesi agli 8 anni.

La famiglia è giunta da noi attraverso la Piattaforma per i Rifugiati, un’organizzazione della società civile che sostiene i rifugiati nell’attuale crisi umanitaria. Seguendo l’invito delle istituzioni pubbliche, private, religiose e civili a prenderci cura dei rifugiati, abbiamo accolto calorosamente la famiglia.  Abbiamo preparato una casa con tre camere da letto in una città, assicurandoci che ci fosse tutto ciò di cui avevano bisogno. Da allora, continuiamo ad accompagnare la famiglia.

Abbiamo anche facilitato l’integrazione della famiglia nella società: con il sostegno materiale, finanziario, psicologico e sociale… andando con loro dai medici, collaborando alla crescita, all’educazione, alla salute e allo sviluppo dei bambini, aiutandoli ad ottenere il certificato di residenza, la patente di guida per il padre, offrendo loro l’uso di una macchina per andare al lavoro e per altre commissioni, e facendo in modo che un assistente sociale li assistesse nell’espletamento delle pratiche burocratiche; un contatto dalla Giordania ha collaborato con noi, in particolare nel lavoro di traduzione per permetterci di capire le loro necessità.

Nonostante i problemi da affrontare, la famiglia ha dimostrato capacità di inculturazione, organizzazione e volontà di superare le difficoltà della vita. Si è trovato un lavoro per il padre rispondente alle sue competenze e, a poco a poco, i membri della famiglia hanno acquisito autonomia. I bambini hanno imparato la lingua e sono ben inseriti. 

È stata una grande sfida e un’opportunità per noi sostenere i loro progressi e dar loro un certo senso di sicurezza.  Si è creato un legame fraterno tra noi e la famiglia attraverso l’attenzione costante, l’ascolto, l’interesse, l’animazione e la disponibilità; tutto ciò ha contribuito tanto alla guarigione delle ferite psicologiche, del dolore per l’esilio e la separazione dagli altri membri della loro famiglia ed anche ad alleviare il peso della sofferenza.  Per noi e per la famiglia è stata un’avventura, una grande sfida! Tutto era così strano per loro e per noi: lingua, cultura, religione!  Ci sono voluti quasi 5 anni in uno sforzo comune!

Durante questo periodo di pandemia, è stato dato anche un altro supporto: un computer e un portatile per i bambini e per le loro lezioni online. È impossibile per una famiglia di 6 persone essere completamente autonoma avendo solo il padre che si guadagna da vivere. La madre soffre molto per una malattia alle ossa; un bambino ha difficoltà di concentrazione e questo è un problema che i suoi genitori cercano di superare con tanta fede.  

È valsa la pena di accogliere questa famiglia che si è ben integrata in Portogallo. La consideriamo un’esperienza estremamente positiva di condivisione e scambio, basata sul rispetto reciproco delle culture. Tali gesti continuano a segnare la vita di questa famiglia. 

Per noi, questo è il significato della parola EPHATA, “sii aperto”.  Ci dice anche che “Tutto quello che farete a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, lo farete a me” (Mt 25,40).  Ci viene chiesto di continuare ad essere più profondamente radicati nella passione per i poveri, di vedere in loro il volto di Cristo. “La Carità di Gesù Crocifisso ci spinge” a staccarci dal superfluo, a lasciare le nostre comodità, per andare verso…incontrare …e servire i più bisognosi. 

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